Nel maggio del 1911 l’avvocato Mario Cerati, redattore del quotidiano milanese “Il Secolo”, fece un articolo di forte impatto sul tema alloggi e case popolari.
Ricordiamo che l’Istituto per le Case Economiche e Popolari (ente morale senza scopo di lucro, come da definizione) venne istituito ufficialmente il 12 agosto del 1908, anche se le prime attività cominciarono qualche mese dopo.
E in effetti le costruzioni dello IACP furono parecchie e – osservandole criticamente oggi – molto interessanti soprattutto quelle realizzate nei primi anni di attività, quando furono costruite – oltre ai grossi palazzoni, facilmente individuabili - anche molte villette generalmente bifamiliari e dotate di servizi igienici e giardini privati.
Si diceva che il nostro Mario Cerati, lanciò delle “critiche” al sistema di assegnazione che era indirizzato “quasi ad esclusivo vantaggio delle classi operaie” (parole testuali), “… ma ben poco ancora si è fatto per le classi della piccola e media borghesia”.
Continua l’avvocato Cerati: “…io mi sono proposto di svolgere un’azione in questo senso, particolarmente indirizzandola a profitto della classe dei pubblicisti, letterati, artisti, professionisti e industriali; [...] perciò ho pensato alla costituzione di una società cooperativa che acquisti dei terreni nel comune di Milano o nelle sue immediate vicinanze per costruirvi fabbricati ad uso di abitazione dei suoi soci…”
L’iniziativa ebbe un forte successo, tanto è vero che in pochi mesi il progetto cominciò. Venne quindi costituita la società “Quartiere Giardino Mirabello”, dal nome della famosissima villa quattrocentesca vicino alla quale sarebbero iniziate le prime operazioni.
I terreni acquistati infatti furono identificati nelle immediate vicinanze, ma tutti fuori da Milano, in località Greco Milanese, paese adiacente a Milano che venne aggregato al comune di Milano nel 1923. E considerando che il primo nucleo di aderenti all’inziativa erano pubblicisti, diede a questo primo erigendo quartiere il nome di “Villaggio dei Giornalisti”.
Un’area di 120.000 metri quadrati delimitati ad est dalla linea ferroviaria Milano Monza, a sud “fino ad incontrare la nuova strada di circonvallazione del Comune di Milano” che oggi corrisponde al viale Marche.
“Cento metri più a occidente correrà il grande vialone di 60 metri destinato a congiungere Milano con Monza…” in previsione della costruzione del viale Zara. Era anche prevista la copertura del Seveso, copertura però realizzata solo alcuni anni dopo. Difatti nella piantina raffigurata sopra, che è del 1924, il Seveso è ancora ben visibile all’aperto.
Ma forse qualcuno si sta ancora chiedendo qual è la via della fotografia di apertura dell’articolo… beh, che ci crediate o no, è via Arbe. Quella di fronte (e quindi anche alle spalle) è la via Slataper e le tre case che si vedono in figura sono facilmente rintracciabili ancora oggi. E per la precisione quella al centro della foto (la più a destra delle tre visibili) è quella all’angolo proprio fra via Scipio Slataper (scrittore, 1888 – 1915) e la via Tullo Morgagni (giornalista, 1881 – 1919).
Ma Milano avanzava e nel 1923 il Villaggio dei Giornalisti non apparteneva più al comune di Greco Milanese, inglobato con molti altri comuni nella cerchia cittadina e le costruzioni residenziali aumentavano. Come non ricordare la “palafitta”?
L’architetto Luigi Figini nasce a Milano nel 1903 e trent’anni dopo costruisce in via Perrone di San Martino la sua abitazione che tutti hanno sempre guardato con curiosità per la sua strana conformazione, forse non sapendo che l’architetto Figini – insieme a Gino Pollini (1903 – 1991) – ha scritto per più di cinquant’anni grandi pagine di archiettura del XX secolo. Ecco l’immancabile link alla relativa pagina in Wikipedia.
Ma visto che abbiamo parlato di costruzioni “particolari” è impossibile non pubblicare almeno una foto di un “fungo” di via Lepanto, che insieme alle “zucche” hanno incuriosito non solo i residenti in zona, ma anche tutti quelli che venivano apposta per vederle…
E per finire in “allegria” non si deve dimenticare il “ritrovo campestre” chiamato La Maggiolina, che offriva “…insieme al riposante benessere delle sue attività naturali, una cucina sana e genuina…”
Tutto questo era in via Torelli Viollier 28. Buon appetito.



Grazie a tutti per le emozioni che mi avete regalato!Sono nato e cresciuto in via Ponte Seveso angolo via Schiapparelli sapete darmi notizie,avete qualche vecchia foto
Magari cento ville Figini (pensare che pensavo di averle inventate io giocando sul computer coi SIM) piuttosto che un fungo anche da solo, abbastanza pacchiano, ma ognuno è libero di esprimersi come vuole.
Peccato, però, che fra Melchiorre Gioia-Cagliero-Belgirate ecc., fra gli anni sessanta e settanta qualcuno abbia sofferto di “horror vacui” e abbia edificato palazzine…come funghi…. A quel punto era meglio che l’esperimento fosse rimasto a quell’unico fungo.
Erano di sicuro altri tempi e altre mentalità….e purtroppo sporadici…. questi quartierini, in una città di ringhiere e “cessi fuori” e tramezzi, ma perché le varie ALER e Società Cooperative non hanno continuato?
Pur nei loro limiti erano discreti anche i quartieri popolari degli anni trenta, se hanno resistito molti più anni dei quartieri costruiti negli anni sessanta, che fine hanno fatto quegli architetti? Assorbiti e divorati da interessi… altri?
Dobbiamo forse rimpiangere le mentalità “illuminate ed aperte” dei Falk, dei Crespi? Certo “Cà e botega”, ma con una certa dignità…
Saluti e grazie degli articoli…
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